Un anno dall’ultimo Post…

Questo Blog dall’agosto di un anno fa è rimasto orfano di articoli, senza una nota di chiarimento per i miei lettori (probabilmente non molti, anzi pochi, ma certamente ostinati) e se sono ancora qui a leggermi hanno tutta la mia riconoscenza e gratitudine. 

Come avevo già descritto nel post “Un anno intenso c’è stata una svolta. A volte le situazioni, gli accadimenti si manifestano senza preavviso né intenzione. Accadono, appunto. Sicuramente molti di noi potrebbero essere d’accordo su questo, soprattutto dall’inizio di questo diabolico anno bisestile.

Chiusura forzata. Perdita del lavoro. Perdita delle speranze, dei progetti, dei sogni. A me tutto questo è successo un anno prima, forse era un modo per anticipare e proteggermi, involontariamente mi accade spesso di anticipare le situazioni che poi toccheranno ad altri come me. A quel punto emergono le risorse sconosciute che ognuno di noi – chi più chi meno – riesce a trovare in fondo al sacco. Scartando le false illusioni, le chimere e le prospettive rampanti degne dei peggiori anni ’80 si appoggiano bene i piedi a terra e si comincia a fare una mappa sulla lavagna.

Le mappe mentali servono per orientarsi nello spazio dinamico all’interno del proprio tempo. Sono poco inclini a venire ingabbiate e questo dà loro il vantaggio di essere percorse in ogni direzione, anche quando le strade sono sconosciute. Strade che mai – mai – avresti creduto o solo pensato di poter percorrere. Non sono scelte che si fanno da soli inizialmente: c’è una mano misteriosa che spinge o di qua o di là. Come esseri umani abbiamo un piccolo margine di scelta arbitraria: dire sì, o dire no. Sia l’una che l’altra scelta comportano l’abbandono di una strada, e quell’esperienza – circoscritta in quel tempo – non la ritroveremo più; ce ne saranno altre. Da qui la paura, il dubbio di fare la scelta sbagliata: il blocco. Ma quel blocco va superato; a maggior ragione se fa molta paura.

Faccio un esempio? Sì, sento che è necessario per spiegarmi meglio. Fino a tre anni fa non avevo mai preso in considerazione l’idea di affrontare un progetto di laboratorio grafico/informatico che mi vedesse coinvolta come “educatore/docente” in un ambito tanto delicato e sensibile qual è quello della malattia mentale. Ma c’è stato qualcuno che ha pensato di vedermi proprio in quella collocazione specifica. Avrei potuto dire «No, non mi sento in grado, non ho esperienza» (infatti era proprio ciò che sentivo), invece ho risposto: «Fammi riflettere per qualche giorno» e poi ho detto si.

Quando l’esperienza si è conclusa ci siamo resi conto (il promotore, i ragazzi partecipanti ed io) che è stata una cosa bellissima, un piccolo grande successo. A quel punto avrei potuto ritornare indietro, e rifare ciò che avevo fatto per molti anni, cioè la freelance libera (forse) e soddisfatta (dipende). Sì, avrei potuto. Ma in quel momento si era aperta una selezione per i corsi  regionali OSS e anche – in direzione opposta e simultanea, come spesso accade –  un’offerta di docenza presso un istituto tecnico, anche se per poche ore mensili. Cosa scegliere? La seconda ipotesi sarebbe potuta essere molto più interessante e stimolante della prima? Considerando il percorso già fatto: sì. Però… ho scelto la prima opzione.

Se avessi scelto l’insegnamento, la mia proiezione nel futuro si sarebbe arenata l’otto marzo 2020, davanti a un virus tanto piccolo quanto potente, in grado di sbarellare ogni progetto. Con il minuscolo Covid19 ho dovuto invece scendere a patti ogni giorno quando, indossando un camice, la mascherina, la visiera, la cuffia, i calzari, i coprigomiti, i doppi guanti percorrevo le strade deserte della provincia portando aiuto e sostegno a chi si trovava da solo in casa, impaurito, vulnerabile, bisognoso di tutto. Non pensavo che sarebbe stato possibile, non con le mie sole forze, ma le scelte – come dicevo sopra – sono nostre solo in una minima percentuale.

Ecco perché questo mio amato Blog è rimasto arenato per un anno intero, perché non avanza tempo e forza ed energia quando la scelta riguarda un lavoro che si occupa di chi si trova in difficoltà, in condizioni spesso gravissime, che richiedono bisogno immediato e solerte, umano e compassionevole. Percorrere questa strada è complicato, nessuno vorrebbe incontrare dolore (e spesso anche morte) nel proprio cammino quotidiano. Spesso mi chiedono: «Ma perché lo fai?» Non per ambizione, non per denaro (ovviamente), forse la ricerca di un senso profondo di giustizia sociale mi ha portato qui. Ho una grande ammirazione per quelle figure professionali come i medici in prima linea e gli infermieri e chiunque faccia questa scelta di vita come una missione per sempre. Spesso senza ottenere gratitudine. Per me è stata una esperienza tardiva, importante, e fin che lo sarà – finché l’energia lo consente – forse non ci sarà spazio per le parole scritte, ma i pensieri si accumulano in una stanza della memoria e – se il tempo generoso lo vorrà – tra un po’ torneranno sotto forma di parole in questo Blog.

Grazie per essere passati di qui a salutarmi…

 

Commenti

commenti

Lascia un commento