La storia del Castello di Torre

Al giorno d’oggi Torre è considerato solo un rione di Pordenone, il suo naturale prolungamento. Giusto un’appendice della città. In realtà è proprio il contrario, e questo fatto – per noi di Torre – è fonte di un certo orgoglio. Anche se poche famiglie possono vantare di avere una relazione diretta con la Turris antica, perché gli insediamenti produttivi dell’ottocento – il cotonificio e poi la tintoria – hanno portato molti “foresti” in queste zone, come è successo nel novecento con la Zanussi, ma in qualche modo tutti gli abitanti hanno maturato un legame forte con questo borgo e si sentono “torresani”.

LE ORIGINI

È certo plausibile l’ipotesi del conte Giuseppe di Ragogna, ultimo proprietario del castello di Torre, di considerare che il letto del fiume Noncello abbia subito profonde modifiche dopo l’età romana. Si suppone che il fiume, raccogliendo le acque dal Cellina, avesse una portata assai maggiore di quella attuale permettendo così la navigazione. Questo è compatibile con i risultati archeologici che attestano i primi insediamenti abitativi già dal primo secolo d.C.

LA DECIMA REGIO

La ricca villa romana infatti, e i resti di una chiesa tardoantica (e un’altra più antica, paleocristiana, già allora dedicata ai martiri aquileiesi Ilario e Taziano) confermano la presenza di un abitato lungo la sponda sinistra del Noncello che aveva la funzione di controllare il territorio circoscritto e garantire un punto di appoggio per l’espansione romana oltre le Alpi nord-occidentali, permettendo il transito lungo le vie principali Annia e Postumia.
In questo territorio, tra il Livenza e il Tagliamento, nel 42-40 a.C. venne fondata la colonia di Iulia Concordia che, a causa agli attacchi dei quadi e marcomanni, fu convertita in una struttura difensiva tardo imperiale. Qui più tardi sarebbe sorta Torre.
Una ninfa nata dalle sorgenti, sulle rive di un fiume navigabile, in un territorio posto all’estremità occidentale della “Strada Alta”, che al pari delle altre strade romane fu un percorso molto utilizzato nell’età imperiale.

Compare la prima torre del castello

La torre però, da cui deriva il nome del borgo, in quel tempo non c’era ancora.
La trasformazione da aristocrazia militare (latina e di stampo germanico) in aristocrazia fondiaria avviene dalla fine del VI secolo, fino al VIII d. C. Nel mezzo ci troviamo il passaggio dei Longobardi con re Autari (584-590) ma anche le catastrofiche scorrerie saracene, normanne e soprattutto quelle ungare che hanno attraversato il Friuli sotto il regno di Berengario I.

La curtem de Turri

Era di legno, la prima torre di questo borgo, probabilmente una torre adulterina alzata senza regia autorizzazione, costruita abusivamente proprio per la scarsa presenza d’ordine sul territorio. Un segno di potere locale, ma senza scopi difensivi.
La prima volta in cui la “torre” comparirà finalmente in una bolla, sarà quando papa Urbano III offrirà la «curtem de Turri com omnibus pertinentiis suis» in concessione al primate Gionata, nel 1186. In quella data il patriarca di Aquileia sarà dunque investito di tutta la Marca friulana, compreso il nostro luogo, che diventerà poi “Turris”.
Villa Turris diverrà infatti uno dei luoghi soggetti al placito vescovile.
In seguito, il nobile casato dei Prata riceverà l’avvocatura di Torre per il servizio svolto a favore della chiesa diocesana ma, a causa delle loro scelte politiche, non riusciranno a mantenere tali privilegi oltre il XIII secolo. Intanto, ancora prima del cambio di alleanze guefi-ghibellini del 1218, la torre di legno avrà già lasciato il posto a una massiccia costruzione in pietra.

I primi conti di Ragogna

Escludendo per sempre la stirpe dei Prata, il patriarca di Aquileia Giovanni di Moravia nominò feudatari di Torre i signori di Ragogna nell’anno 1391 esattamente il 24 novembre.
Questo accadde dopo una lunga storia di mediazioni politiche che portò la nobile famiglia dei Pinzano (non è ben chiaro da quale ramo dei Pinzano abbia origine la discendenza dei Ragogna) fino a Torre.
È Giovannino a fare da cerniera tra la dinastia dei Pinzano e quella dei futuri “Ragogna-Torre”.
Succede infatti che il 5 novembre 1365 – rompendo ogni legame con i duchi d’Austria, dei quali i Pinzano di Ragogna erano stati sostenitori – Giovannino firma il concordium giurando fedeltà alla chiesa e ai patriarchi aquileiesi.

Perché questo voltagabbana? Cos’era successo?
I Savorgnan di Udine avevano giocato un ruolo importante in tutte le vicende: prima a favore del patriarca Nicolò di Lussemburgo e poi in contrasto col suo successore… Una serie di discordie che perduravano da anni nel gioco dei poteri, con delitti e ripicche tra patriarchi, sostenitori e oppositori rappresentanti della casa austriaca. Giovannino dei Pinzano di Ragogna mantenne lo schieramento a favore dei Savorgnan finché gli comodò, per questioni di buon vicinato e di convenienza, cioè fino all’assassinio di quest’ultimo. Gli storici fanno risalire la responsabilità della morte di Savorgnan al patriarca, il quale per sua sicurezza ritenne conveniente scambiare il castello di Torre con la proprietà di Giovannino, essendo il castello di Ragogna il più strategico per tenere sotto controllo le mosse vendicative dei Savorgnan.
Giovannino accettò la permuta di buon grado perché, oltre al castello da poco restaurato, alla Bastia e al borgo di Torre con orti, giardini e tutte le sue pertinenze ottenne anche la giurisdizione sulle località di Zoppola e di Villa Romana e su alcuni campi nella vicina Pescincanna. La castaldia fruttava oltre 24 marche di denari: un affare da non perdere…

Così la rocca di Ragogna sul Tagliamento tornò nei possedimenti della chiesa di Aquileia e Giovannino si trasferì armi e bagagli alla volta del castello di Torre.

Al rogo, al rogo!

Non era certo uno stinco di santo, questo Giovannino.
Già da subito aveva tentato di vendere il garrito di Zoppola e di Villa Romana, con i diritti sui mansi annessi, per 312 marche di denari. Vendita che il patriarca aveva subito annullato perché contraria alle norme feudali.
Giovannino però, sottoscrivendo il concordium, rappresentava anche una spina nel fianco sulla vicina isola asburgica di Pordenone.
Un podere sul confine tra i due contendenti fu subito motivo di discordia, tanto che Giovannino cominciò a congiurare per togliere dalla circolazione Nicola Mordax, il capitano austriaco di Pordenone.
Ma fu scoperto e anticipato.
Prima di Pasqua, nella notte tra l’11 e il 12 aprile del 1402, una pattuglia di «bravi» venne spedita da Mordax al castello di Torre. Nascosti e armati, questi si appostarono nel fossato fino all’alba, quando una ignara fantesca uscì a prendere acqua, lasciando l’asse del portone calato. Subito gli assalitori penetrarono nel castello, saccheggiando, bastonando, ferendo e uccidendo chiunque opponesse resistenza.
Il conte Giovannino ebbe il tempo di asserragliarsi nella torre con la moglie incinta e i nove figli, e da lassù cercò di ammansire i bravi: era disposto a cedere tutto, anche di essere messo al bando, pur di salvare la vita ai familiari. Ma dalla vicina Pordenone e anche da Cordenons erano già accorsi in tanti, frementi di vendetta, tutti chiedendo la sua morte a gran voce.
Giovannino sentendosi in trappola, benedì i figli disperati, i quattro più grandi si lanciarono dalla torre: Federico e Polissena si salvarono ma vennero imprigionati nel castello di Pordenone, Galeazzo e Pedruzza riuscirono a scamparla. Per Giovannino, la moglie e gli altri cinque rimasti nella torre l’atroce morte arrivò col fuoco ardente. Bruciate anche le case e le capanne dei contadini, la villa di Torre rimase desolata.

Per questo fatto, in tutte le terre friulane e in tutta la penisola, attraverso il racconto di cantori e menestrelli si sparse un generale sentimento di orrore per la strage, dentro e fuori dai confini, deplorando gli esecutori e il capitano Mordax, ma anche i duchi d’Austria che non avevano punito i colpevoli. A seguito di questo episodio, il papa scomunicò i Pordenonesi.

IL MITO LEGGENDARIO

Per la “gente di Torre” la storia che si è tramandata è questa. Il ritrovamento dei sarcofagi, le ossa, il castello caduto in disgrazia sono elementi coreografici che ne hanno rafforzato la magia. Il mito leggendario della torre e dei fantasmi che scorrazzavano nel Fondabìs – a parte i reperti archeologici ritrovati dal conte negli anni ’50 – bastavano a costruire un intero romanzo gotico. Ciò che era avvenuto prima e dopo il famoso rogo era stato sepolto nell’oblio e – a metà del 1900 – il castello era ormai diventato una rocca sgangherata e solitaria, con i soffitti paurosamente inclinati, le mura lesionate e le travature della torre che cadevano in briciole nelle testate. L’ultimo conte di Ragogna, per mancanza di mezzi e bloccato da un ramo secondario di proprietari che non voleva partecipare alle spese, poteva solo assistere impotente al suo inesorabile declino.

I sogni dell’ultimo conte di Ragogna

Spinto dalla curiosità di scoprire l’assetto originario del suo castello, il conte Giuseppe aveva iniziato a metà del ‘900 una serie di indagini del tutto personali.
Così annotava, con molta fantasia sognante, nei suoi quaderni durante l’inverno del 1954:
«La fondazione della torre, edificata con blocchi di pietra sovrapposti a secco, va assegnata a quella civiltà minoica… che ci riporta alla civiltà dell’Egeo, o almeno alla sua diretta influenza».

Morì il 7 febbraio 1970 senza poter conoscere la realtà dei fatti, che sarebbero stati approfonditi successivamente degli storici, ma il risultato del suo impegno fu comunque enorme. Lasciò come volontà testamentaria che il suo castello e tutte le collezioni in esso contenute venisse gestito dalla Regione, per farne un museo archeologico. E il suo desiderio fu degnamente esaudito.
Peccato che egli non possa ammirare la bellezza delle stanze e gli allestimenti dei suoi reperti, oggi ne sarebbe davvero orgoglioso. Ma forse chissà, magari anche lui si sarà accodato agli antenati che si aggirano invisibili nella torre più antica e qualche volta scendono fino alle risorgive del Fondabìs…

LE STANZE

Dopo il rogo, Federico succedette ereditariamente al padre Giovannino nel feudo di Torre.
Il castello vide i suoi discendenti apportare modifiche sostanziali, a volte improbabili, dettate da un uso più pratico che armonico. Gli anni che seguirono non furono privi di nuovi omicidi, incendi e messe al bando, anche se rimase fissato nella storia solo il tragico fatto del 1402.

Il restauro ha messo in evidenza interventi fatti in tempi molto diversi, con funzioni non in continuità fra loro. Ma proprio per questo, per le sue caratteristiche legate a un uso molteplice – difensivo, militare, residenziale e amministrativo – risulta essere un contenitore storico dal quale nessuna di queste destinazioni andrebbe cancellata. La loggia graziosa a quattro archi, costruita e poi abbattuta, il raccordo tra la serliana e la torre circolare, poi abbattuta, e un’altra palazzina all’italiana che dal 1926 insiste sul muro di cinta medievale e che occulta sotto di sé le tracce dell’antica fortificazione mostrano l’avvicendarsi storico e la diversità di intenti dei suoi inquilini.

Anche l’interno subisce la gloria altalenante dei suoi abitanti, spesso gravati da mutui, debiti, ipoteche, ma desiderosi di mantenere a tutti i costi un apparente tenore di vita aristocratico.
Per questo motivo l’annunciazione che si incontra all’ingresso, affrescata da Gianfrancesco da Tolmezzo in occasione di un matrimonio del casato, fu nascosta per molti anni sotto la calce nel  periodo in cui l’ambiente era stato adibito a cucina (nel XIX secolo) e verrà riportata alla luce per memoria storica dal conte, solo negli anni ’50.
La sala dei trionfi, affrescata da un ignoto artista minore, ebbe lo scopo di cercare di dare nuovo smalto all’ultima schiera delle famiglie feudali, intimorite dalla regressione sociale, alle quali rimaneva solo uno striminzito patrimonio legato principalmente al castello.

Per distinguersi dalla borghesia imperante restava loro un unico simbolo: il connubio tra milizia e nobiltà, la cavalleria come un requisito “di sangue aristocratico”.
L’affresco, con la sua giostra di figure, simboleggia infatti proprio questo, non a caso è realizzato nella sala del mastio medievale, e illustra la virtus heroica testimoniata da Pietro Tommaso di Ragogna Torre che all’età di quarantatré anni partecipò alla liberazione di Vienna dall’assedio degli infedeli ottomani. Gli ospiti della famiglia avrebbero così potuto ammirare la nobiltà dei Ragogna, che da secoli avevano praticato la cavalleria come vero requisito di sangue, a differenza di altre  famiglie di recente aggregazione, ricche ma “solo” borghesi.

E così anche gli ornamenti alla sala delle grottesche, rinvenuta al piano superiore dopo il restauro, ricordano la veste di un panno regale. Mentre, intorno al 1780, lo stile si adegua ai gusti del tempo arricchendo con delle decorazioni a stucco forte la stanza al primo piano preparata per il matrimonio tra Marcantonio e Teresa Pinali.

La Bastìa, la tomba longobarda, la villa romana, il fonte battesimale del Pilacorte e la Pala del dè Sacchis, la chiesa nobile di San Giovanni che fu abbattuta dal nonno dell’ultimo conte per far posto alla bigattiera e ai granai, la chiesa madre dei martiri aquileiesi, sono tutte collegate alla storia di Torre e dei suoi castellani e meritano un approfondimento a parte.

Si può cominciare dal castello di Torre, che ci accoglie con la sua torre ghibellina, svelandoci una quantità sorprendende di cose… Il resto verrà da sè, come un incantesimo. 

INGRESSO AL CASTELLO E AL MUSEO ARCHEOLOGICO: € 3,00
Venerdì e sabato e domenica pomeriggio dalle 15 alle 18

Riferimenti storici e Fonti: Pordenone e il suo castello, di F.  Amendolagine, Marsilio Editore

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