RIDIPINGERSI CON ALTRI COLORI

bg4Spesso le cose ci chiamano e anche i libri fanno così. Se hai veramente bisogno di qualcosa ben presto questa cosa si presenterà sotto varie forme, l’importante è riuscire a riconoscerla. Mi reputo una buona lettrice però finora non avevo prestato attenzione alla produzione letteraria di questo medico, anche se, ho scoperto dopo, è una presenza fissa alla TV (con numerosi titoli e crediti).
Capita che a volte si tiri troppo la corda, o meglio, si dedichi troppa energia a qualcosa che non avrà sviluppi. Se ascoltassimo di più l’istinto invece della ragione molte cose si raddrizzerebbero da sole in corso d’opera, invece di norma interviene l’educazione al metodo, alla costanza, “l’inflessibilità” insomma sta sempre in mezzo ai piedi col suo senso del dovere.
Fin dalla nascita le persone ci guardano in faccia e decidono che la nostra è una faccia da buono, da furbo, da scaltro, da birbante.

Magari non è vero niente, non siamo così, ma siccome la società riflette quello che crede di vedere ben presto ci ritroviamo sul groppone una immagine di noi che non ci corrisponde. Hai voglia a togliertela di dosso, devi grattare via progressivamente quelle mani di colore che le persone continuano a spennellarti sopra: loro ti vedono così. Oppure c’è un’altra soluzione: prendere coscienza (evviva!) che tu sei altro, e in un certo modo cominciare a fregartene dei loro giudizi. «Ma cosa penseranno di me?»
Cosa te ne importa?

Dice lo psichiatra e psicoterapeuta Raffaele Morelli, presidente dell’Istituto Riza e direttore della rivista “Riza Psicosomatica” autore di questo libro: «Crediamo di essere contentspeciali per i traumi che ci sono capitati e così ne facciamo una ragione di vita, pronti a raccontarli al primo venuto. Una madre che ci ha abbandonato, un padre tiranno, un lavoro insoddisfacente, un matrimonio infelice finiscono per catturare il nostro sguardo e farci credere di essere condannati a un destino ingrato. Niente di più falso! Mentre pensiamo alle delusioni che hanno segnato la nostra vita, perdiamo di vista che un processo creativo continua instancabilmente a produrre la nostra unicità. Se penso di essere “quello che è stato ferito”, la mia interiorità viene riempita dal passato e dal ricordo, che prendono così il sopravvento su tutte le risorse dell’inconscio che, invece, sarebbero capaci di veri prodigi terapeutici».

Passando casualmente davanti alla vetrina di una libreria sono stata richiamata dalle parole “ferita” e “sempre“. Il fatto che davanti ci fosse scritto “nessuna” ha fatto la differenza e ha fermato i miei passi. Era quello che stavo cercando in quel momento. Ero a caccia di qualcuno che mi confermasse che non sto perdendo tempo se ora decido di fermarmi invece di correre, o di prendere la strada lunga che piace a me e non quella corta che piace al mio vicino, e anche di lavare i miei piatti in maniera disordinata e creativa, invece di schematizzare il processo ottimale secondo la teoria dello spillo di Adam Smith. Non è una cosa semplice – sia chiaro – imparare a dire di no, se per tutta la vita ti hanno fatto credere che dire di no è maleducazione. Ma se dire di sì comporta dolore, sofferenza, frustrazione e anche malattia, è ora di dire di no. Insomma, ho sottolineato molti concetti che condivido in questo libro, e vado a rileggerli ogni tanto, perché una silenziosa pacca sulla spalla può risultare più efficace del solito omologato consiglio di darsi una smossa. Volendo ritrovare se stessi, questo è un buon metodo.

Commenti

commenti

Lascia un commento