Io sto con Chewbecca

Non è passata nemmeno una settimana del nuovo anno, ma alcuni sono già all’opera: screditare subito.

Non mi capita spesso di scrivere post agrodolci ma questo lo è. Perdonatemi. La prima cosa che ci insegna un coach/media-training quando mettiamo un piedino nel mondo dei social (con la speranza di rimanerci) è che l’attitudine, la predisposizione, il carattere, insomma quello che siamo veramente salta fuori – è inutile barare – prima o poi qualcuno ci sgama,

quindi più naturali siamo meglio è. Insomma scopriamo subito che non potremo piacere a tutti (amen) perché il social è una piazza con tante sfaccettature e persone di tanti tipi. Qui è sempre il “giorno uno”, c’è solo da imparare – sbagliare – correggersi.
Per capirci: anche se non stravedo per ricette di cucina, cani, o calcio-sport non significa che una di queste foto non mi strapperà un sorriso o un “mi piace”.
Non tutti però sono d’accordo.

A volte trovi la segnalazione: “Avviso gli amici che sto facendo pulizia nella mia lista di contatti FB” (Ci sarò in mezzo? Paura.)
Prendi un caffè e ti va di traverso: c’è un post con la Classifica dei Peggiori Utenti di Facebook e-dei-loro-insopportabili-status, lo ha scritto un emerito professore di lettere e sta bacchettando tutti.
Un conosciuto editor promuove i suoi corsi di scrittura a pagamento ma nel post successivo ti ricorda che senza una casa editrice resti una pippa e sarai risucchiato nel buco nero delle pippe in un nano-secondo.
Più sotto, un’attrice titolata (magari anche brava) intima le aspiranti veline: «Gente da selfie, uscite dal cesso! Quella faccia da cazzo no, quella faccia bisogna punirla». (Che, tolti i francesismi, significa: per il selfie bocca-a-culo-di-gallina ci vuole l’accademia, sappilo). Insomma è complicato: se non hai l’ultimo iPhone non sei nessuno – ma se ti sei già indebitato per averlo, prima di tutto vergognati, e poi non azzardarti a pubblicare ciofeche.

Il fatto è che il magico cerchio degli eletti (quelli che possono dire la propria e tutti gli altri ascoltano zitti) è sbeccato da mo’. È un bene? È un male? Nella fattispecie “ è ”.
Per esempio, la moda sempre attuale è parlare dell’aereo che precipita, perché le migliaia che decollano e atterrano non fanno notizia, “fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”.
Siccome il mondo sta andando a scatafascio, (e l’Italia in particolare “è un paese morto”) si stava meglio quando si stava peggio.

Dunque, in quale momento storico preferireste vivere?
Una bella mamma trentenne mi ha detto l’altro giorno: «Io mi trasferirei subito negli anni ’50! C’era il miracolo economico, ogni giorno vedevi un miglioramento!»
Ah si? La gran parte del mondo nel 1950 viveva da analfabeta nella carestia, sotto dittatura o con segregazioni razziali, molti bambini morivano prima dei cinque anni, la poliomielite era una realtà, erano illegali il controllo delle nascite, il divorzio, le relazioni omosessuali (e nella evoluta America anche le relazioni interraziali). Poi lei mi ha spiegato che intendeva parlare della “Lambretta” della “dolce vita” e delle gonne “a godet”. Ah, pardon.

Eppure, in questa ecatombe, io vivo una sorta di anomalia: vedo il bicchiere mezzo pieno.
«Se fossimo ciò che siamo capaci di fare, rimarremmo sbalorditi» diceva Thomas Edison.
Per esempio, siccome l’italiano non crede agli italiani, l’Organizzazione mondiale del commercio (Trade Performance Index) dice che siamo al secondo posto per competitività dei settori produttivi, dopo la Germania. Che l’industria farmaceutica ha visto una crescita dell’export del 52% rispetto alla media europea. Che la nostra agricoltura inquina meno delle altre e la produzione industriale è la più efficiente dal punto di vista energetico. God save the Queen: le bustine di tè si fabbricano in Italia all’80%. I bambini americani e cinesi cavalcano giostre costruite in Veneto e in Emilia (analisi Symbola e rapporti della società francese di ricerca Ipsos).

A parte questa botta di euforia resta il debito pubblico, la burocrazia, la disuguaglianza e anche la malavita? Sì, c’è anche questo, ma ci sono primati italiani che nessuno vede perché – conferma l’Ipsos francese – nessuno è capace di screditarsi quanto “l’italiano disfattista”. Orgoglio Tafazi, insomma.

Se la disinformazione non è più relegata al Bar Sport, per me non é problema. Non esistono eletti nella rete, siamo tutti in prestito di sale, però la resistenza positivo/tollerante non è un disvalore o qualunquismo, è una specie di muscolo: più la rinforzi e più ti allena a vedere che dietro ogni stortura ci sono storie che non conosci ancora e che potrebbero farti ricredere su ciò che pensi.
Non sembra, ma la tolleranza rende più liberi, felici e sani.
Ora che l’ho detto, se non vi piace 😊 bottoncino in alto a dx, e noi Pària-ottimisti spariremo per sempre.

Io comunque sto con Chewbecca: viva il Maestro Jedi e La Cantina eterogenea di Mos Eisley.

Per approfondire:
https://www.ipsos.com/it-it
http://argomenti.ilsole24ore.com/trade-performance-index.ht…
http://www.symbola.net/

 

 

 

 

Commenti

commenti

Lascia un commento