«Il riscatto di Paolo Pasian»

Delitto di fine anno – Torre, 1599

La penultima notte di dicembre dell’anno 1599 un uomo, teso e segaligno, attraversava le strade del borgo di Torre. Con il calendario solare sarebbe stata l’antivigilia del nuovo secolo, ma da quando il Papa aveva introdotto il nuovo calendario, ognuno celebrava l’anno un po’ come gli pareva. A Firenze cadeva il venticinque marzo, in Francia coincideva con la Pasqua, in meridione e nelle isole il primo giorno di settembre.
Gregoriano o giuliano che fosse, in tutta la Serenissima Repubblica il capodanno si festeggiava il primo marzo con datteri e fichi secchi, perciò anche a Torre erano ancora nel decimo mese dell’anno.

In quella gelida notte, Paolo Pasian stava attraversando Torre in camicia, insensibile al freddo e funestato da una rabbia impetuosa. L’obiettivo era il nobile castellano di Ragogna, ma in cuor suo, non si preoccupava di essere un semplice popolano: avrebbe affrontato ugualmente quell’impresa rischiosa e solitaria.
C’erano popolani – gente come lui – capaci di tener testa alle offese, anche se a proprio rischio. Ma, in ogni caso, non erano la maggioranza. I nobili invece pagavano qualcun altro per vendicare i torti subiti. E perché mai? I conti si saldano in prima persona.

Soprattutto, s’infervorava su tre problemi: primo, come penetrare nella torre. Secondo, come aggredire di sorpresa il nemico, e terzo, come neutralizzare velocemente una spada col guardamano.
L’ipotesi più fattibile era tendere un agguato al suo avversario restando fuori. All’oscuro delle mura avrebbe potuto scalzare il nobile feudatario alla prima uscita, atterrarlo e puntargli subito dopo il forcone alla gola. Quello – riconoscendolo – avrebbe di certo implorato pietà, giurando che non c’era stato vero intendimento.
Ecco: sarebbe stato l’istante giusto per affondare con forza i quattro rebbi di ferro, in modo da trapassargli la carne fino all’osso del collo. Poi avrebbe potuto riscattarsi proprio come un giudice e recitargli la sentenza, fissando l’avversario negli occhi stecchiti:
«Nel trentesimo giorno di dicembre del 1599 io, Paolo Pasian di Torre, membro di questo borgo, riconosco voi – Gregorio di Ragogna – colpevole di sodomia nei confronti della mia bambina. Vi condanno pertanto alla pena di morte».

“E che il diavolo vi porti” gli avrebbe augurato alla fine.
Solo così avrebbe vendicato sua figlia appena adolescente. Tutto l’onore della famiglia ruotava intorno alla conservazione della verginità delle figlie e il freno dell’onore doveva essere una regola, tanto per i contadini quanto per i signori: una ragazza molto bella valeva una preziosa dote. Come avrebbe potuto ormai risarcirla, se non così?

L’aggressione immaginaria – con tutta la sua costruzione mentale – lo avevano appagato rallentandogli il passo e poi, forse per il freddo della notte, quella scintilla di brutalità si era fiaccata mutando la rabbia in qualcos’altro. Aveva ripreso a camminare spedito, ma la strada si era fatta più buia, la luna si era ritirata quasi ostile dietro una nuvola e il gelo intorno lo puntava ai fianchi come una lama. Un cambio di passo fatale.

Quando un’ombra lo assalì di spalle lui nemmeno se ne accorse, e neanche urlò: si trovò scaraventato addosso un portone con una violenza brutale. Qualcuno gli conficcò un pugnale più volte in corpo, dileguandosi subito dopo come uno sgherro.
Paolo Pasian si accasciò a terra con un tonfo e un fiotto rosso sgorgò dai cinque fendenti profondi, imbrattando la camicia. Non riuscì a gridare né a vendicare sua figlia e neppure a vedere il nuovo secolo: lo accopparono il 30 dicembre 1599 di giovedì, e il suo corpo rimase fino all’alba rigido, scomposto e senza vita in una stradina di Torre.

Nella sua arroganza, il mandante pensò «che nessuno vide». Dopotutto la sua stirpe vantava un blasone di tutto rispetto. Ma Gregorio di Ragogna era tutto fuorché un amato feudatario: si era trovato a governare Torre per successione dinastica dopo la morte del padre – Curzio – il quale aveva abbandonato il castello per trasferirsi a Venezia già dalla Pasqua del 1586, dopo che cinque pordenonesi sostenitori della casa d’Austria avevano accoppato la buon’anima dello zio Giovanni Battista – quello che aveva fatto scolpire il fonte battesimale col loro stemma – e nel trambusto avevano ammazzato pure il cugino Ascanio che gli assomigliava, ma non c’entrava per niente.
Dopotutto, in materia di fattacci, il castello vantava già una nota storia di assalti, incendi e ammazzamenti. Certo neppure gli ascendenti di Pinzano-Ragogna avevano mantenuto alto l’indice di gradimento, vista la radicata abitudine di depredare i mercanti di passaggio. Insomma, di certo Gregorio aveva ereditato il temperamento fumantino dei suoi avi.
Lui però pensava di cavarsela, in fin dei conti la fanciulla era una popolana e lui era il giovane feudatario di Torre, con i poteri di un giudice di primo grado e la facoltà di emanare disposizioni, regolamenti e di vigilare sull’ordine pubblico. «Io rendo ragione Civile et Criminale in qualunque caso in forma di Giudizio et Consigliere, et Officiale sedendo al Banco ordinariamente», aveva scritto suo padre Curzio con l’atto del 1 agosto 1587, lasciandogli il titolo in eredità.
Ma aveva fatto i conti senza l’oste. A vendicare la figlia del povero Paolo Pasian ci pensarono i suoi compaesani, quelli che il nobile feudatario credeva non avessero visto, e tantomeno parlato.

La faccenda che non fossero stati convocati i famigliari del morto aveva infatti insospettito sia il meriga che la vicìnia dei capifamiglia, i quali al richiamo della campana si erano riuniti nella piazza di Torre, a discutere sotto la quercia. Per sbrogliare la questione, il sindaco e i giurati avevano fatto appello al Luogotenente della Patria del Friuli – certo Tomaso Morosini di Udine – ma neppure il luogotenente si era fidato del giudice di prima istanza, e poiché l’auditor la stava tirando troppo alle lunghe si era deciso a informare le magistrature centrali di Venezia. Il consiglio dei dieci aveva così trasferito il processo a Udine.
Questa caparbia ostinazione da parte del luogotenente, l’indagato principale non l’aveva messa in conto.

Gregorio uscì dalla chiesa nobile di San Giovanni dove la contessa Virginia, sua matrigna, era solita istruire le fanciulle del borgo nei rudimenti della religione cristiana. Una visita fugace la sua, appena una sosta all’altare.
Era proprio lì, all’uscita della catechesi, che aveva visto la figlia di Pasian sbocciare in tutta la sua bellezza. Questo era successo appena qualche mese prima, ma ora le grosse mura del mastio non l’avrebbero più salvato. Come non avevano potuto salvare Giovannino dalle fiamme, secoli prima. La torre sembrava scegliere i suoi castellani, aveva tutelato Federico che era sopravvissuto all’orrendo rogo e anche i suoi discendenti: Giacomo, Giovanni Antonio, Giovanni Giuseppe e infine Curzio, suo padre. Tutta questa gente riposava ormai nel sepolcro della Pieve dedicata ai santi martiri, e una grossa lapide sul pavimento li onorava.
«Quest’urna, o Giacomo, racchiude le ceneri tue e del tuo figlio Giovanni Antonio chiaro principe, il cui avo Federico era pur principe di Ragogna. Anche tu lo sei stato, e così la tua stirpe. Anno 1523».
Lui invece da morto non ci sarebbe entrato in quel sepolcro, pur avendone diritto. Ci avrebbero sepolto i suoi fratellastri (forse presto, vista la salute malferma) Gio.Giuseppe e Gio.Batta, figli di Curzio e della dissennata contessa Virginia di Porcia, la seconda moglie dalle mani bucate. All’uno o all’altro e ai loro discendenti, il doge avrebbe infilato al dito l’anello d’oro dei buoni vassalli, che fino a quel momento era stato suo.

A Udine il processo si era concluso per lui nel modo più infausto. Non con la carcerazione, che sarebbe stata forse meglio e avrebbe potuto risolversi con un patteggiamento o una cessione di mansi – bensì con la più infamante delle condanne: la messa al bando.
Alla fine Paolo Pasian ce l’aveva fatta: aveva potuto riscattare la sua bambina anche da morto. Non c’era più possibilità di scampo, lo attendeva la privazione di ogni diritto civile, e chiunque, dal nobile al contadino, perfino lo sgherro più abbietto avrebbero potuto fargli danno, il peggior danno, senza venire perseguitati in alcun modo. Era la fine.

Pre’ Angelo Panzeruta, vice-vicario e pievano di Torre, era appena uscito dalla chiesa di San Giovanni e andava allontanandosi frettoloso, perché i nobili di Mantica lo stavano aspettando al Duomo di Pordenone, dove era investito di una cappellania.
Gregorio aveva atteso di vederlo scomparire dietro le mura esterne della Bastia e poi si era infilato la bisaccia a tracolla come un pellegrino: conteneva ciotole e mappe per le lunghe distanze. La piccola borsa saracena, con lo stemma opportunamente scucito e qualche moneta per l’elemosina, l’aveva legata alla cintura. Il farsetto accollato a petto d’oca, aveva una steccatura fin troppo accentuata – alla moda, ma senza ricami – e nell’imbottitura erano stipati vari ducati d’oro, equivalenti a un cavallo completo con due selle e due freni. Altrettanti d’argento erano infilati nelle spalline, nei polsini imbottiti e nei calzoni sbuffati alla piccadilles. E altri scudi veneziani, mezzanini e grossi, nelle steccature del mantello corto alla spagnola.
Lutero avrebbe detto che si portava dietro lo sterco del diavolo. Ma quello vero lo attendeva in verghe d’argento, bollate dalla Zecca veneziana, in un posto che sapeva lui.

Spostandosi a ponente del castello aveva contemplato con un brivido di ammirazione i possedimenti appena fuori le mura che non avrebbe potuto portare con sé: era una visione disturbante. Orti, mansi, braide e cente che finivano per dilatarsi nei campi della comugna delle Revedole, quelli del pascolo e dello sfalcio.
Calcolò gli incrementi sui minali di frumento, le staie di segala, miglio e sorgo rosso, e poi le orne di vino, i redditi e le pertinenze, le quote fisse di censi a suo favore… se non ci fosse stata quella gran morìa di vacche e maiali nell’anno appena passato, gli avrebbero fruttato in proventi quasi novecento lire imperiali.

Aspirò una boccata di aria fredda, mista all’odore di aringhe, saracche e cibi quaresimali che stavano preparando nelle cucine. Dalle mura esterne avrebbe dovuto scendere attraverso un dirupo, un dislivello di sette metri a difesa naturale che guardava sull’abisso profondo delle risorgive. A levante si trovava un boschetto, e superati quegli alberi una scarpata scendeva fino all’acqua, mentre un’altra portava al ponte di legno. E da lì, al Musil.

Gregorio di Ragogna mosse uno sguardo superbo e vide le pietre del bastione infiammarsi al sole radente dell’inverno e la torre-mastio svettare possente su tutto. Scosse la testa.
Senza di lui, gli sprovveduti fratelli e la contessa di Porcia avrebbero in breve dilapidato il feudo. Fissò l’immagine tra le ciglia e prima che i raggi del pomeriggio formassero una corona d’oro sulla vecchia Pieve, girò le spalle al borgo di Torre e scomparve tra le basse argillose del Musil.
Non ebbero più notizie sulla sua fine. (Autore: Laura Battistella – da: Torre, alla ricerca del tempo perduto“)

Immagini: Gian Lorenzo Bernini (Ratto di Proserpina, particolare); Castello dei conti di Ragogna; Schizzo di Torre (Archivio di Vienna); Portrait (G.B. Moroni); Genealogia Ragogna (Archivio Storico PN)

Commenti

commenti

Lascia un commento