Il cambiamento è guardare attraverso

shutterstock_124652143Ci sono persone capaci di convertire un licenziamento in tronco in un progetto di lavoro. Non hanno talenti conclamati e straordinari, o parenti ricchi a coprire loro le spalle, ma sono persone flessibili. Hanno un materiale che tutti possiedono: i sogni e le idee. Provano. A volte sbagliano, ma non si abbattono, modificano il tiro e ritentano. Anche se stanno male. Anche se sono stanchissimi. Non li pieghi.

Sono ragazzi che decidono di unire le forze e fare squadra. Sono donne adulte (da un bel po’) che tengono gli occhi aperti sul mondo e provano a fare altro, qualcosa che avrebbero voluto fare da giovani o che hanno scoperto di saper fare bene. Fanno salti mortali, rischiano nel proprio, lavorano alla domenica o fino a ore tarde, e quando la volontà aumenta, la tolleranza alla fatica si rafforza, come un runner che supera la soglia del dolore e corre quasi per inerzia.
Questa gente ha capito com’è fatto il mondo nella sua perenne instabilità e non rema contro: sfrutta la corrente. Sa che non c’è nulla di sicuro e garantito per sempre, né qui né altrove.
Per esempio: molti fuggono dai paesi devastati dalle guerre, come non comprenderli? A guardare la desolazione delle città ridotte in macerie chiunque vorrebbe scappare via. Eppure, dove tutti vedono solo devastazione, qualcun altro trova qualcosa di buono da fare.
Due giovani ragazze islamiche, laureate a Gaza, hanno preferito restare a casa loro e risolvere un problema. Il problema erano gli enormi ammassi di macerie: 120mila abitazioni danneggiate in Palestina e fondi inesistenti per importare materiali da costruzione.

Hanno trasformato il problema in risorsa.
Hanno inventato un prototipo di mattone green, ricavato dal materiale delle macerie. Hanno steso un progetto presentandolo all’università, che le ha aiutate a convertirlo in piano economico per una piccola impresa, e con questo spirito hanno inviato una domanda di partecipazione al Mit di Boston piazzandosi 70esime su 5.000 partecipanti.
Primo ostacolo: la situazione politica del loro Paese vieta di partecipare all’evento, perciò devono rinunciare. Ritentano con un contest di startup giapponesi e anche con una campagna crowdfunding su Indiegogo: vincono il Japan Gaza Innovation Challenge, e finalmente il loro progetto ecosostenibile viene riconosciuto e comincia pian piano a decollare.
Il sogno di Majd e Rawan avrebbe potuto restare tranquillamente chiuso in un cassetto: chi avrebbe puntato un centesimo su due ragazze arabe che decidono di costruire un’impresa “da uomini” per fare mattoni? In un Paese disastrato da anni di scontri, dove le donne sono velate e hanno limitazioni su tutto? Dicono Majd e Rawan che bisogna eliminare la parola “fallimento” dal proprio dizionario. E aggiungerei, è bene dimenticarsi della parola “facile”. La fortuna, dicono, aiuta gli audaci ma di certo la perseveranza è fondamentale.

“Se la vita ti offre limoni, fai una limonata”. Oppure pianta i semi e fai un frutteto. Metti in piedi una produzione di limoncello. Poi fai vasetti di marmellata. Vendi crostate di agrumi. Fornisci piantine da bonsai ai giapponesi. Ricava l’olio essenziale per aromaterapia. Organizza percorsi salutari biodinamici. Produci una crema antiossidante. Crea una nuova corrente artistica post-limone-di Edouard-Manet. Organizza scuole di pittura en plein air

Ma soprattutto, non lasciar marcire i limoni nella cassetta.

Testo: Laura@cafecoworking2017 – Ph Credits: shutterstock – Fonti: You TubeEl Temps – Venerdì Esteri-Repubblica

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