Come passare dalla Gig Economy alla Social Economy

NON È IL LUNEDÌ CHE DETESTI,
È IL TUO LAVORO
(se ce l’hai)

• Delocalizzazione
• Sharing (Gig?) economy
• Reddito di cittadinanza

Tre punti che toccano la vita di ognuno e che probabilmente oggi orienteranno il voto (o non voto?) dei cittadini. Lavoratori fissi, a chiamata, statali, privati, autonomi, free-lance, disoccupati, inoccupati e in nero.

Il cartello che gira in rete, scritto dal signore che si firma Adelio, credo li riassuma tutti e tre. Fa capire il senso di allarme e pone questioni che non sono improbabili: come sarebbe Corso Vittorio Emanuele o l’intera Pordenone con le serrande abbassate?
«Il problema non si pone», mi hanno detto due giovani pordenonesi piuttosto informati sulle cripto valute e sulle piattaforme commerciali: «La cosa si può vedere in altro modo e cioè con la sostituzione del “commerciante” con un dipendente che organizza salottini di prova».
«Gestiti da Amazon?» azzardo io.
Loro annuiscono: «Esattamente. Finora il “vecchio” commerciante è stato a sua volta “un intermediario”, non ha creato particolari benefit alla società, ha distribuito prodotti fatti da altri traendo un profitto per sé, proprio come Amazon». (Compare improvvisamente l’ologramma di mio nonno Marxista che annuisce vigorosamente).
Come dire che, senza commerciante, si riduce la filiera. Un po’ come la vendita diretta ai grandi mercati.
Il cliente si sposta verso il prodotto, quindi? No, il contrario.

RIDURRE O SPOSTARE

Ed ecco sbucare i primi due punti sopra. Ridurre o spostare.
Dal tassista al programmatore tu, italiano, da oggi competi con un cinese, indiano, polacco… Ti pago quando produci il mio profitto (all’ora, al giorno) il resto del tempo sei un costo. (Ora mio nonno Marxista sbotta: Questo è “cottimo!”).
E adesso come la mettiamo con i diritti dei lavoratori? Non è che torniamo a nuove forme di feudalesimo? Mi viene in mente la citazione che apre il 6° capitolo del libro “Inventare il futuro(Snicek & Williams, Nero Editions) che dice così:
«L’obiettivo del futuro è la piena disoccupazione» (vabbè, però questo l’ha detto Arthur Clarke in 2001 Odissea nello spazio).

Ma siccome preferisco l’ignoto del domani alla familiarità del passato, provo a ragionare: ok, per cambiare il futuro bisogna prima immaginarselo e se proprio dobbiamo sbagliare, almeno che sia per eccesso.
Direi che delocalizzazione e sharing economy sono una corsa a staffetta. Come parte una, arriva l’altra.
Vantaggi? A senso unico.

VANTAGGI per chi?

L’idea di spostare un’attività per ridurre i costi è il risultato dell’apertura delle frontiere, per ora solo “i capitalisti” beneficiano della tecnologia (automazione) e degli spostamenti dove il costo del lavoro è basso.
E poi: possiamo parlare veramente di sharing economy? Cosa c’è di “condiviso” quando un fattorino della Foodora mi consegna un pacco “a pagamento”? Proprio nulla. Come Uber è diverso da Blablacar. L’addetto alle pulizie di Helping e l’autista di Uber non condividono con me detersivi, spazzoloni, auto e furgoncino: è semplice economia on-demand: la gig-economy dei lavoretti. Il consumatore finale per ora ha molti vantaggi, però lo scopo delle piattaforme non è condividere benefici, quanto arrivare al monopolio.
E se tutta la concorrenza scomparirà, come continueranno i vantaggi per il consumatore?
Secondo alcuni, un metodo diverso c’è: passare da Gig Economy a Social Economy.

LA SOTTOVALUTAZIONE DEI “LAVORETTI”

Un servizio di Riccardo Iacona parlava proprio deilavoretti”, quelli che muovono cifre come 70 miliardi di dollari tipo Uber, Airbnb, TaskRabbit, Helping… Sembrano l’ancora di salvezza di tanti disoccupati o studenti che in qualche modo riescono a racimolare qualche soldo per vivere, però non è proprio così: non è il mondo dinamico, giovane e anti-sistema che ci vogliono far credere. Anche qui resiste chi può lavorare di più abbassando il proprio compenso e quindi aumentando il punteggio e la possibilità di chiamata. Per quanto tempo ce la potrà fare?
Al momento, gli unici che possono arricchirsi sono i proprietari delle piattaforme che, dalla loro geniale idea di produttività a chiamata, riescono a guadagnare moltissimo con le commissioni (25% Uber, 20% AirbnbExperiences, 30% TaskRabbit…) Costi e oneri sono a carico del lavoratore. Se ti ammali? Beh, meglio che non succeda.
È la legge del libero mercato, bellezza.
Lo scopo delle piattaforme dunque è quello di arrivare al monopolio. E poi?

Certo che io stessa non posso chiamarmi fuori, come tanti altri partecipo volente o nolente al gioco. Da storica freelance a chiamata so che nel libero mercato c’è sempre qualcuno più in basso, disposto a chiedere meno soldi di me. E siccome “la miseria è uno scenario più verosimile del lusso” chi non ha mai approfittato dell’occasione stracciata, comprando in rete? Pochi. Personalmente mi faccio ogni volta una domanda etica, poi trovo mille reali giustificazioni: non ho soldi, non ho un lavoro fisso neppure io… eccetera.
Secondo alcuni, invece, un metodo diverso c’è.
Si tratta di organizzare un sistema sempre dinamico, ma più sostenibile, per tutti.

Un felice caso inglese

Un caso inglese è laundrapp, una lavanderia con ritiro e consegna al domicilio.
Anche questa società funziona utilizzando un algoritmo (piattaforma/app) come le precedenti, ma usa la Gig Economy per creare un doppio valore: incrementa la FIDUCIA sia del consumatore che dei lavoratori, considera cioè i propri “partner” come veri e propri lavoratori subordinati, garantendo loro ferie, contributi e un salario minimo.
Il cliente, a parità di prezzo, è portato a scegliere una azienda che rispetta i lavoratori, e in breve tempo si fidelizza. Questo sistema incentiva anche una corretta e giusta concorrenza. Senza cadere nell’egualitarismo, ripartendo in maniera adeguata i guadagni, la tecnologia può creare benessere per tutti e limitare l’utopistico sogno-bisogno del “reddito di cittadinanza”
(la faccia-ologramma di mio nonno Marxista ora si rasserena).

il VALORE IRRINUNCIABILE

testo alternativoE poi parliamo di bellezza: tirando il prezzo all’inverosimile, come potremmo conciliare una diversificazione creativa con i tristissimi capannoni di Amazon? O se tutto il mondo fosse destinato a diventare un unico grande outlet?
Ho trovato l’appunto di un viaggio fatto da Goethe che spiega proprio bene il valore della bellezza, anche nelle situazioni dove sembrerebbe del tutto superflua.
Trovandosi a Firenze, lo scrittore era rimasto colpito da un contadino che era tutto intento a tracciare dei solchi perfettamente paralleli.
«Perché tutta questa attenzione?» si era chiesto Goethe che, non comprendendone l’utilità, gli aveva domandato: «Per quale motivo sta impiegando tutto questo tempo a fare dei solchi perfettamente dritti?».
«Perché così il campo sarà più bello» è stata la risposta del contadino.

È possibile creare bellezza in ogni ambiente, e questo fattore – sopravvalutato in certi ambiti e sottovalutato in altri – permette alle persone di stare bene, lavorare meglio e con maggiore appagamento. In sostanza crea un valore aggiunto impagabile, quello che tutti ricerchiamo, già da quando veniamo al mondo…

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