Generazioni a confronto

Fine anno, tempo di bilanci… 20-30-40-50enni a confronto

Mi capita qualche volta di sentire o leggere commenti pungenti fra generazioni opposte:
«Alla sua età io saltavo i fossi per lungo!» oppure: «Ha la sindrome di Peter Pan, si rende conto che è ridicolo?»
Che peccato, un’occasione sprecata.

Intorno ai sette anni ho avuto coscienza di quanto fossero pochi, li contavo sulle mani. A quindici è arrivata una crisi di mezza età: passare ai sedici mi sembrava devastante. A ventiquattro mi chiedevano la carta di identità per entrare in sala se il film era vietato ai sedici, che imbarazzo. A quaranta ho dato l’esame di maturità (non sempre è permesso studiare quando si vuole): frequentavo al mattino con i diciottenni, il pomeriggio facevo la free-lance, la notte studiavo fino alle quattro (voce fuori campo “brava, brava”).
Ma in verità l’esperienza più straordinaria è stata mescolarmi alle generazioni.

Quella dei diciottenni:
Entri in classe il primo giorno e sei un alieno, poi diventi parte della materia, fai da tramite, da confidente, da suggeritore, impari moltissimo e qualcosa insegni. Ancora oggi continuo la mia formazione: età media dei compagni di corso 16 / 22. Loro sono come la Ferrari testarossa, io un trattore Landini a due tempi.

Ho seguito anche corsi di danza irlandese e corsi di ginnastica antalgica, in contemporanea: dai 6 agli 80 anni, zac! O corsi per applicazioni informatiche preistoriche, dove la maggior parte erano pensionati.Trovi dei settantenni fenomenali, non esiste solo Mara Maionchi. Avete presente gli alberi? Sono come le querce del bosco. Gli alberi vecchi ne hanno viste tante da lassù, vento, bufere, pioggia, grandine, ma sono allenati alla resilienza. Poi un giorno si seccano e regalano legna per tutti.

Nei gruppi dei 7-enni mi butterei a pesce, c’è sempre tanto da fare: discutere di Zootopia e Baby Hazel, tecniche segrete di comunicazione alfanumerica, supereroi e mondi inesplorati alla velocità di 299 792 458 m/sec.

Ho sentito diciottenni di quinta apostrofare i quattordicenni delle prime: «Siete una generazione senza freni». Sono Millennials del ritorno al razionale: casa, stages e lavoro, possibilmente tecnico-professionale con sbocchi immediati. Niente grilli per la testa.

Con i venti-trentenni mi capita qualche volta di incrociare il loro sguardo ironico: «Cosa ci fa qui? Non ne ha avuto abbastanza? Perché non sta a casa a far la calza?», ma se riesco a sfondare la prima ostilità nascono scambi hi-res, ed è come aggiornarsi a 100 terabyte.
Sono trentenni responsabilizzati all’inverosimile: plurilaureati multitasking a contratto, a progetto, ma con l’incarico di gestire l’INPS nazionale e incrementare le nascite (possibilmente con lettera di dimissioni firmata, se sono femmine). Ciò nonostante – o proprio per questo – ci sono trentenni in odor di santità, visionari e quasi mistici, alcuni hanno già visto la luce e sanno condividerla.
Altri sono polemici e arrabbiati col mondo, in particolare coi cinquantenni che non mollano la “cadrega”.

Cinquantenni. Sono i babyboomer – sfigati – che hanno creduto all’Eldorado della partita iva che fa tutti “berlusconi” e adesso si attaccano alle guide di Marketing Base per monetizzare col web, create dai trentenni sull’onda di Adsense. “Scarica l’ebook a prezzo di lancio”.
Una cerchia di altri cinquantenni (fortunati) hanno il lavoro fisso da trent’anni e di secondo mestiere fanno lo sponsor ufficiale dei figli trentenni, ma forse anche dei figli dei figli dei figli…

Andiamo avanti, abbiamo saltato i quarantenni.
Vorrebbero ma non possono, non hanno mai tempo, sono presi per il collo: il lavoro da seguire (tutto oggi, che domani non si sa mai…) i figli da portare a psicomotricità, a cinese propedeutico, a violoncello, gli amici li sentono in pausa-caffè con iMessage, i parenti in videochiamata WhatsApp, il cane è a dieta (vegana, poverino), il gatto se la svigna.

E poi c’è chi – in un tratto qualsiasi dell’età – si trova a incrociare un brutto Golem, il gigante d’argilla che tutto livella e svela l’essenza invisibile ai più, una salute decente, che non sembra tanto importante quando già si sta bene. Loro sono persone speciali, non hanno età.

Se togliessimo quel velo di opportunismo.
Se ci nascondessimo di meno dietro al sorriso di circostanza.
Ma anche se smettessimo di lamentarci delle cose che ci sembra di non avere e che gli altri sembrano avere a mille.
Ascoltare è una cosa molto bella, meglio che ascoltarsi.
A volte ce la raccontiamo troppo.
A guardare “oltre” ci sono cose bellissime che, se restano nascoste da “io alla tua età” o “ha la sindrome di Peter Pan” non si possono nemmeno immaginare.
Felice Dicembre ♥ con affetto.

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