CHI VUOI ESSERE VERAMENTE?

Tempo fa, tra Ottocento e Novecento, l’abito distingueva le classi sociali e scandiva il tempo. Ma anche solo qualche decennio fa era impensabile presentarsi in ufficio in tuta sportiva, leggins o bermuda. La divisa scolastica era obbligatoria, non tanto per omologare ricchi e poveri (le differenze di qualità si notavano comunque) ma perché si “entrava nella parte” di una certa disciplina.
Come un travestimento teatrale, l’abito fa ancora la differenza nell’espressione del se’. Certo, i canoni sono cambiati e nulla è più omologato, però un ragazzo di periferia sarà più disposto a mettere jeans da Rapper che pantaloni skinny.

Da qualche tempo la psicologia studia l’effetto prodotto dall’abbigliamento nei processi mentali: la materia si chiama enclothed cognition, vale a dire “pensiero vestito”.
Insomma, l’immagine di sè si costruisce anche con gli abiti, e non solo agli occhi altrui ma anche ai propri, quando avviene una sorta di rappresentazione della parte. L’abito diventa la materia di cui è fatto il corpo.

Dei test recenti hanno convalidato questa teoria. In un primo esperimento alcuni ricercatori della Northwestern University (Illinois) hanno suddiviso alcuni studenti in gruppi sottoponendoli a un test per l’attenzione: il primo gruppo è stato dotato di un camice bianco, mentre il secondo gruppo è rimasto con il proprio abbigliamento. Come risultato, il gruppo “casual” ha accumulato il doppio degli errori dovuti a sviste, rispetto al gruppo dei “camici”.
Nel secondo esperimento tutti gli studenti hanno ricevuto gli identici camici bianchi, ma alla prima metà è stato precisato che si trattava di un camice da medico, mentre alla seconda metà hanno detto che avrebbero indossato un grembiule da pittore. Anche questa volta i “medici” sono risultati più brillanti dei “pittori”. Cosa significa questo?

I comportamenti sono il prodotto di molte variabili, alcune delle quali hanno valore simbolico: uno stato simile a quello dei bambini quando si travestono da Carnevale. Nel caso precedente, la ricerca ha sottolineato il valore socio-culturale che fa associare il medico al rigore scientifico, e il pittore a una espressività meno legata ai criteri dell’attenzione.
Successivi esperimenti hanno confermato che, secondo l’abbigliamento, gli studenti cambiavano modo di pensare, reagendo con prestazioni migliori e dinamiche se l’abito esaltava quelle particolari virtù (abbigliamento sportivo in un contesto di gara, formale in un colloquio di lavoro, glamourous alla premiazione…)

Comunque ci si vesta, l’importante è “sentire” l’affinità del contesto, oppure l’esatto contrario, se fosse proprio il contrasto l’effetto ricercato per farsi notare. Comunque sia, escluse le condizioni estreme, nessuna mise è frutto del caso: anche indossare un saio consunto è una scelta che vuole trasmettere un messaggio preciso.

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