BONJOUR TRISTESSE

«Sono Luca, del gestore telefonico Pinco Pallino, stiamo facendo dei lavori nella vostra via e volevamo proporle…»
«Mi spiace, mi spiace, ho qui delle persone…» Click. 

 

Oddio poteva essere mio figlio, sensi di colpa a mille, ma no dai, è già la quinta telefonata commerciale e non posso farmi carico del mondo ne ho già tante di rogne, sì però, povero ragazzo ci sarà rimasto male, vabbè, tanto mi avrà sicuramente già mandato a quel paese, il training formativo glielo fanno per qualcosa, e poi, se volesse trovare un lavoro più stabile perché non fare il calzolaio?

Sì, il calzolaio.

L’altro ieri ho comprato un paio di sandali molto belli e scontati a un prezzo irrisorio. Appunto, irrisorio: dove li avranno fatti? Mi domando chi li avrà cuciti, un ragazzino di otto anni? E ora che faccio, li compro o non li compro, apertura dei mercati o no? Però mi piacciono molto e amen, anch’io in coda alla cassa. Salvo poi dover risolvere il problema dei tacchi clik-clak. I tacchi di plastica sono insopportabili (per il ticchettio) e infidi (per le scivolate). Ecco, bisogna aggiungerci il costo per il gommino silenzioso, quanto costerà? L’ultima volta che li ho fatti fare mi hanno chiesto cinque euro. Ma ahimè, quel calzolaio da Premio Geppetto è andato in pensione il mese scorso. Tenterò con quello del centro commerciale. Sbircio le tariffe: 10 euro, il doppio, ma per forza: fra tasse, costi fissi, materiale e tempo… è il giusto prezzo. A questo punto sarebbe stato meglio puntare direttamente su un sandalo artigianale, costa un botto ma forse il tacco lo risparmiavo.
Suono il campanello e dal retrobottega si affaccia un giovanotto:
«Solo entro domani, perché poi chiudo l’attività!», mi anticipa.
«Chiude anche lei?» Lo guardo: dall’aspetto direi che non arriva ai trent’anni, mica andrà in pensione?
«No, no» mi rassicura, «Vado all’estero. Ho trovato di meglio».

«Vado all’estero. Ho trovato di meglio».

Ecco. Di meglio. Cosa vorrà dire, mi chiedo, sarà un laureato in chimica che si stava adattando a un lavoro manuale o sarà un artigiano stufo di ingrassare i papaveri dello Stato? Nel secondo caso ha tutta la mia comprensione. Nel primo caso torno a pensare al mancato riconoscimento delle qualifiche manuali. Ne ho già parlato, ma secondo me certi settori lavorativi essenziali al benessere comune andrebbero gratificati con manifestazioni di riconoscenza tangibile: spazzini, colf, badanti, lavapiatti, manovali, braccianti avventizi e tutte quelle categorie snobbate. Dove sarebbe la civiltà senza di loro? (Mi metto in mezzo, perché alcune di queste professioni le ho esercitate per qualche anno e a giudicare da come vanno le cose penso che tra non molto farò ritorno alla base).
Ma forse la conformazione delle aspirazioni non è neppure il prodotto di una società capitalista, piuttosto è un virus diffuso attraverso il mantra della comunicazione mass-mediale dalla società dei consumi, un cane che si mangia la coda, rimuovere ogni ostacolo per accedere istantaneamente alla gratificazione, un’aspettativa rispetto alla quale ogni deviazione provoca frustrazione. Tutto per tutti, e subito.

e vendere libri?

Fatto sta che, appena lasciati in ostaggio i sandali, vengo fermata al parcheggio da un bel giovane dai tratti africani che vende libri, e insiste perché ne compri uno. Per convincermi mi confida di essere neo-laureato in medicina e di sentirsi fortemente imbarazzato a vendere libri per strada, anzi usa queste parole “Mi vergogno”.
Io che sono una divoratrice di libri e ne acquisto sempre più di quanto potrei permettermi, declino gentilmente l’offerta.
Il mondo ti spezza il cuore in ogni modo, questo è sicuro. Ma ci rimango male, vergognarsi di vendere libri – anche se in strada – mi sembra quasi una blasfemia. La gratificazione immediata è la pericolosa unità di misura di un’umanità sempre più tendenzialmente globale nei fenomeni e sempre meno disposta ad accettare la fatica, la gavetta, il compromesso.
Forse quel futuro medico ha solo sbagliato facoltà. O forse la conoscenza, alla fine, non sempre libera gli uomini.

Il fatto è che nel terzo millennio affondato dalla crisi, l’abito fa ancora il monaco.

Allo stesso modo mi dà un certo fastidio sentir ripetere continuamente che l’Italia è un mondo di fannulloni e nessun giovane ha più voglia di fare lavori manuali. A parte il fatto che oggi, pur di ottenere qualsiasi lavoro retribuito, si venderebbe l’anima, ma già l’affermazione sottilmente generica “manuale” potrebbe instillare nell’aspirante lavoratore la propensione a cercarsi qualcosa di meno dequalificante.

Secondo la teoria del valore d’uso: “Più un bene diviene scarso rispetto alla domanda, più cresce il suo prezzo sul mercato”.

E allora, come mai non cresce nulla?
Il fatto è che un lavoro manuale non è riconosciuto per il giusto valore, ed è comunque sempre usurante.
Quindi la soluzione si potrebbe tradurre all’incirca così: date il giusto riconoscimento nella scala sociale ad una professione cosiddetta “manuale” e vedrete finalmente la domanda coperta dall’offerta. Non sempre, ma il più delle volte chi si lamenta della scarsità di manodopera è qualcuno che gode di una posizione di rilievo e quel tipo di lavoro non l’ha mai fatto, né lo farebbe mai. Sta di fatto che un mondo di soli notai, commercialisti e avvocati non sopravviverebbe un giorno senza artigiani, contadini e operai. Viceversa, invece, probabilmente sì.
Dato che il problema è molto spesso sollevato da ministri e parlamentari, che propongono ai giovani (laureati o meno) di scaricare cassette allo scalo-merci come soluzione alla crisi, perché non istituire delle corvées a rotazione partendo proprio dai vertici? Potrebbe essere estremamente illuminante per una nuova classe politica consapevole. In Giappone è la normalità, a partire dalla scuola materna.
La pratica è assai utile per chi non ha esperienza diretta, come del resto è legittimo avere delle aspirazioni, anche se si proviene dalla classe operaia. Il fatto è che nel terzo millennio affondato dalla crisi, l’abito fa ancora il monaco. Anche il trattamento che si riceve è diverso nel caso ci si presenti come libero professionista o come uomo di fatica/donna delle pulizie.
Chi lo nega è un ipocrita, o non è mai stato operaio.
Consiglio la lettura di questo ottimo articolo di Purpletude sulla visione evolutiva del lavoro:

Commenti

commenti

Lascia un commento